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Giugno 2017

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MOMO 400 567 chefnero

MOMO

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Momo – Piazza Tito Minniti, 5 – 20159 Milano

Io non so quale sia il vero senso di questo nome. Certo mi ricorda “Momo alla conquista del tempo”, e avrebbe pure senso, dico in un bar che ti spinge a raccogliere le tue forze anche nei pochi minuti di un caffè.
I bar dovrebbero servire a questo, a restituirci il tempo.
Credo che una copia sia esposta nella teca vicino alla cassa.
Momo potrebbe anche essere un intercalare terrone per guadagnare tempo.
Quando qualcuno ti pressa con gli obblighi quotidiani e il tuo tu meridionale lo sfancula rispondendo “Mo mo”!
Quando lo vidi aprire pensai al solito locale che apre in Via Borsieri. Perché aprire in Via Borsieri è figo in questa epoca. Devo ammettere che ho fatto fatica a frequentarlo. Per i miei gusti era troppo frequentato. Io odio la gente. C’è chi gli fa schifo gli insetti. Anche a me fanno schifo gli insetti e tanto altro.
All’inizio c’era la porta scorrevole automatica, piena di macchie di sangue del naso della gente strafica e sicura che entrava senza aspettare che si aprisse.
Su questo fatto srotolo tutta la mia stima e soddisfazione. Mi piace vedere scorrere il sangue dei fighetti o di quelli infighettati. Mi piaceva quella porta così selettiva.
Chi non aveva fretta aspettava anche 10 o 20 minuti prima che si aprisse. E poi zac! Dentro.
Il bar è lungo. Il banco è lungo. Il caffè è buono. Ci sono i giornali del giorno. C’è internazionale. C’è un evidente tocco africano. C’è il gelato, anche se pochi lo vedono. C’è la proprietaria seduta a un tavolo in fondo e che non rompe mai i coglioni.
Poi c’è lui.
Premetto che io a parte di cucina e letteratura non capisco un cazzo di niente. Non mi interessa il calcio, farei si che il beach volley femminile potesse prendere il posto del campionato. Non mi interessa l’attualità, la cronaca la schifo, il terrorismo non mi appassiona, le grandi disgrazie se la giocano con le mie personali.
Quindi spesso io con i baristi non riesco a parlare di un cazzo.
Ed aggiungendo pure il carico della mio caratteraccio e della mia misantropia rischio di sembrare antipatico ed altezzoso, come uno che lavora alla Unicredit, che al bar è simpaticissimo ma quando gli chiedi un prestito diventa come me al bar.
Chiaro?
Non voglio fare il nome di Lui!
Per comodità lo chiamerò Fabrizio. Fabrizio è super gentile, credo onestamente gentile, non per mestiere. È un uomo del sud, con quel genere di cortesie e tensioni fisiche caratteristiche. Ha una parola per tutti, conosce i nomi e consiglia cosa prendere. Non ti consiglia tra le paste la “Luisona”, antica come Dio, solo per togliersi le cose vecchie dalle palle. Ti consiglia bene.
Solo che poi una mattina mi chiede cosa è successo a Londra. Ed io sbianco. La gente che abita il mio cervello va immediatamente in archivio a cercare le notizie lette il giorno prima. Trovano soltanto un articolo sulle stragnocche che hanno deciso di fare outing. E un piccolo trafiletto sulle emorroidi.
Lo guardo e gli dico. Londra? E lui, si la tragedia. Faccio uno più uno. Londra più tragedia uguale Shakespeare. Ehm…. sono fuori strada.
Rispondo che non leggo i giornali. Mentre rispondo ho un giornale in mano. Cioè la cronaca.
Lui rincara ed io glisso malamente. Cazzo ma ti informerai di uno sciopero dei treni o dei tram. Lui non può sapere del mio rapporto coi mezzi di trasporto. Allora scappo via in lacrime perché penso di averlo ferito. Così l’indomani torno pieno di buona volontà per poter parlare con lui. E parliamo di Batman, e parliamo del suo nome. È un barista felice. In un bar dove sono felice.
Perché oltre tutti quelli che odio, c’è anche parte della gente che amo. Escluso me ovviamente.
Fine.

RECENSIONI

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INSALATA SULLA LUNA 400 567 chefnero

INSALATA SULLA LUNA

cuochimabuoni sublime food design insalata sulla luna

Ero un ragazzino piuttosto solo, ciccio e languido. Passavo il mio tempo nei salotti della nonna. Facevo suonare il carillon a forma di gondola con su scritto “Saluti da Pisa” e sfogliavo riviste nazionalpopolari come “Gente”, “Oggi”, “Novella 2000”. Scoprivo le prime tette cartacee. Spesso sedevo su di una sediolina di legno con lo spago intrecciato alla meno peggio che mi ricordo faceva prudere le mie gambotte nude, tanto rude era lo spago. Avevo 8 anni. La mia testa era tonda se vista di fronte, quadrata se vista di lato. Avevo i capelli sporchi e appiccicati alla testa. Li bagnavo con l’acqua tanto da farli diventate sempre più neri e lucidi. Il mio migliore amico è stato per molti anni un telefono della SIP, uno di quelli grigio topo con la rotella. Aspettavo sempre che qualcuno mi chiamasse. A parte quello non c’era niente. Niente amore. Forse la prima sigaretta. I primi racconti scritti e riscritti sul calorifero spento sotto una finestra aperta sull’Etna. Sull’Etna spesso la notte, sorgeva e moriva la luna. Bella la luna.
Il complesso di palazzine dove vivevo si chiamava “Galassia”. Molti bambini vivevano li. Poche erano le auto. Molti i nascondigli. Io ero un bambino brutto. Il gelsomino era sempre rigoglioso e puzzava di marcio già ai primi caldi di aprile. “Aprile è il mese più crudele, genera lillà da terra morta”. Ma non potevo saperlo prima di essere stato rinchiuso in un cassonetto della spazzatura per ore sperando che tutta quella solitudine potesse finire lì in quel posto che allora pensavo di meritare. Avevo avuto la fortuna di passare vicino ad una panchina di bulletti seduti a sfumacchiare e a parlare di figa. Erano poco più grandi di me. Abbastanza lo erano per acchiapparmi e strattonarmi. Mi presero in quattro. Due per le braccia e due per le gambe. Ricordo perfettamente le loro facce ghignanti e piene di male inconsapevole. Il male che ti fa crescere poi buono. Quel male che i ragazzi devono spurgare ad una certa età.
Era un giorno di sole. C’era il palo del divieto d’accesso. Venivo trasportato come un annegato viene portato in spiaggia per la respirazione bocca a bocca.
Mi aprirono le gambe e iniziarono a sbattere gli attributi conto il palo così tante volte che dal dolore sono poi svenuto. Quando mi ripresi ero sigillato dentro al buio. Mi faceva male tutto. Ero stato pestato come si deve. Adesso ero al sicuro nell’immondizia.
La fortuna di vivere a Catania è che la gente non usa i cassonetti per l’immondizia. La lasciano dappertutto fuorché nei cassonetti. Lì ci vivono i gatti. E poi c’ero io. E non volevo più uscire. Un filo di luce passava per una fessura. Mi abituai a quella luce. Vidi a ridosso dei miei piedi una pila di libri. Avvicinandomi scorsi i titoli sulle brossura eleganti. Lessi. Giosuè Carducci, “Tutte le poesie”, poi Giovanni Pascoli “Raccolta”, altre cose strane e poi un libro che ancora oggi possiedo, il libro dei libri per me, T.S. Eliot, Poesie.
Il libro era verde, verde come la i tenerumi di zucchina che mi marcivano accanto, come il prezzemolo che avevo appiccicato ad un calzino, cazzo mi avevano fottuto le finte clark. Aprendo il libro mi accorsi che apparteneva ad una biblioteca. Aveva il timbro. La prima pagina era una velina trasparente con la faccia di questo signore. Aveva una bella faccia da impiegato di banca. Non era bello ma sorrideva. Mi mise subito a mio agio e iniziai a leggere. Lo lessi tutto. Capivo poco e niente. Era una sensazione bellissima. Il cuore batteva feroce. mi stava divorando.
Ero così protetto e stavo bene e stavo male.

C’era una gran puzza. I gatti bussavano e spingevano il musetto dentro le fessure. Pensavano fossi un sorcio schifoso da mangiare. Io li cacciavo via, battendo contro la lamiera del cassonetto. Talvolta piangevo. Ricordo molti versi di quel libro. Come avrei mai potuto dimenticarli? Forse sarebbe stato il mio ultimo giorno. Forse il primo.
“Le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo”
“Ogni lampione che oltrepasso batte come un tamburo fatale”
“La memoria rigetta e dissecca un ammasso di cose distorte”
E poi la luna, la mia amica sentimentale… un verso faceva così e lo lessi per ultimo uscendo dal cassonetto a notte fonda, quando nessuno continuava o aveva  mai iniziato a cercami. A piedi scalzi con i tenerumi e il prezzemolo attaccati dappertutto e i libri in mano. E poi quella luna tonda a guardami percorrere altri passi stupidi di uno stupido bambino. C’era silenzio, e un film con Totò al quarto piano. Entrai nel portone e bussai alla porta di nonna. Nonna non c’era. Mi sdraiai sullo zerbino di spago e li iniziai a dormire.
La mia insalata di tenerumi nasce lì. Ma voi interessa la ricetta, vero?
Eccola.

PER DUE PERSONE:
200 gr di tenerumi
1 mazzo di prezzemolo
10 capperi dissalati
1/2 radice di zenzero
Olio evo
2 cucchiai di rafano
10 foglie di menta fresca
10 cime di finocchietto

RICETTE LETTERARIE

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BERBER 400 567 chefnero

BERBER

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Berber? Pizzeria – Via Sebenico, 21 – 20124 Milano

Ok, mi tolgo subito dal cazzo quello che ormai ? una certezza? la pizza ? buonissima! ? una pizza artigianale!
L?impasto ? costante ed ? eseguito sempre alla perfezione. Gli ingredienti sono una favola. Manca un po? la mano di uno Chef sugli abbinamenti ma detto da uno Chef lascia il tempo che trova.
Non che in altre occasioni io sia riuscito a modificare la situazione meteo con le mie parole, ho avuto il coraggio di provarci per?.
Mi ricordo ancora di quella gita nel deserto, quando con un gruppo assai assortito di uomini donne e bambini abbiamo lasciato le terre del Faraone per cercare un posto ameno dove poter definire dei confini e poi spaccarci il culo per secoli tra etnie di vario genere e religione.
In quei giorni faceva tanto caldo e i negozi dei bangla o dei paki scarseggiavano assai. Dio non li aveva creati, o forse aveva imposto qualche strano coprifuoco per cui dopo un certo orario non potevano pi? vendere alcolici e bibite zuccherine affatto dissetanti. Insomma morivamo di fame e di sete.
Qualcuno di noi aveva delle visioni, altri costruivano statue di vitelli tonnati fondendo l?oro dei loro denti, altri ancora si facevano i cazzi loro.
Ad un certo punto siamo arrivati in quello che all?epoca per noi era il mare.
Inseguiti dai ristoratori egiziani da cui fuggivamo perch? non avevamo pagato il conto e non avendo barche da trasbordo a nostra disposizione decisi di usare le parole per aprire una breccia tra i flutti e attraversare a piedi il regno del dio
Nettuno ancora all?epoca in conflitto col Dio Dio.
Sulle parole che usai devo riservare il segreto per questioni di copyright.
Posso solo accennare la radice: abra?
Guarda un po? te? i marosi si aprirono formando alte pareti liquide dove potevi vedere la fauna acquatica come all?acquario di Genova ma senza pagare il biglietto. Pensai? figata? sono proprio figo. Passammo lungo la strettoia calpestando conchiglie e scansando i sottomarini nucleari russi. Seminammo i ristoratori egiziani e passammo dall?altra parte.
Ecco. Un problema risolto.
Ne sorgeva un altro: la fame. Decisi ancora di usare altre parole affinch? dal cielo potesse scendere come pioggia un qualcosa da masticare? dissi: ?alacabula?? e gi? dal cielo inizi? a piovere una roba tipo cottonfioc che non era neve, non era cotone bens? manna. E quando mi girai per vedere le facce dei miei amici gitanti mi accorsi che nessuno era pi? con me. Guardai bene attorno.
Vidi poco lontano una costruzione che assomigliava ad un rifugio. Mi avvicinai.
E li trovai l? seduti a mangiare questo disco di pane perfettamente lievitato con sopra qualcosa di rosso e delle latte cagliato filante.
Pensai, sticazzi!
La chiamer? pizza in onore della noia che provavo in quel momento in cui nessuno aveva cagato il mio miracolo.
Dopo salii sul monte e chiesi al Signore della pizza di scolpire sulla pietra del forno le sacre leggi della lievitazione. Quando tornai indietro vidi che molti dei miei amici gitanti si strafogavano e adoravano le mediocri ed economiche pizze al taglio. Decisi di scagliarli contro le tavole della legge.
Dopo un grande boato molti tornarono sui propri passi, altri morirono di dissenteria altri erano intolleranti al lattosio ed al glutine e perirono anche loro.
Noi i pochi rimasti scappammo ancora senza pagare il conto.
E fummo inseguiti ancora e perseguitati fino ad oggi.

RECENSIONI

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PRIMAVERA 400 567 chefnero

PRIMAVERA

cuochimabuoni sublime food design risotto segreto

Quando Lucio Fontana incontrò per la prima volta Botticelli si trovava nel luogo dell’assurdo. Non parlo degli Uffizi, come sarebbe logico. Parlo di un luogo dell’immaginario, che con molta probabilità corrisponde al mio universo narrativo, al mondo mio delle visioni. Visioni che mi ossessionano come ossessionavano ogni fottutissimo mistico della storia dei santi. Quindi nella mia agiografia non troverete (o forse si ma ben nascosti) nessuna Teresa di Lisieux, nessun Ignazio da Lojola o la beata Albertoni, insomma nessun santo che scopa con la luce divina, dove più dell’estasi c’è l’orgasmo. Stavo parlando di Lucio Fontana, un uomo coi baffoni da Poirot, un nonno che dà da mangiare ai piccioni al parco e poi li squarta. E poi Sandro Botticelli, decimo di 4 figli. Ok, la smetto. Ho immaginato questo piatto pensando a questo incontro. Ho visto Lucio Fontana avvicinarsi alla Primavera con un coltellaccio, l’ho visto scansare con un calcio il povero Botticelli che cercava di proteggerlo. Ho visto squartare le ninfe. Ho visto venirne fuori la luce e da lì non ho visto più niente, come un santo che va in estasi e scopa con la luce divina.

Detto questo prendete una bella stacciatella fresca e conditela con olio evo e sale di cervia, pepe nero macinato e via.
Frullate 50 gr rapa rossa con olio evo e 100 ml di latte di soia, fate lo stesso con arancia e basilico.
Otterrete tre maionesi.
Mettete la stacciatella in una fondina, coprite con un foglio di carta di riso bagnata (la trovate dai cinesi) poi decorate con le salse facendo delle cupolette belle come quelle delle chiese ortodosse della piazza rossa, poi riempitelo di erbette fresche come aneto, menta, basilico, petali di fiori e qualche puntella marinata al limone.
Facile no?

RICETTE LETTERARIE

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BAR BAH 400 567 chefnero

BAR BAH

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BAR BAH – Via L. Porro Lambertenghi, 20 – 20159 Milano

Ho fatto un sogno. Ho fatto una serie di sogni. In questo sogno frequentavo le fetide osterie di Monaco all’inizio del secolo scorso. Il secolo scorso è il ‘900. C’era questo piccolo ometto coi capelli leccati e i baffetti a spazzolino.
Io mi appoggiavo ai tavolacci completamente sfatto e sbronzo con la testa fra le mani. Non so chi mi aspettasse a casa. Lo sentivo arringare cazzate in tedesco.
Lo sentivo crescere come una sanguisuga succhia merda!
Poi mi svegliavo ed ero al Bar Bah. Ero comunque ubriaco.
Lori e l’altro che non conosco mi sembravano giganti venuti dalla terra dei giganti. L’atmosfera è la stessa delle osterie di Monaco, ma non fetida.
Mi alzo dal divano perché devo andare a pisciare dopo aver bevuto litri di birra.
Al cesso miracolosamente non c’è fila. La gente va a pisciare sotto la finestra di casa mia che si trova dietro il Bar Bah!
Quando entro nel cesso vedo questo figlio di puttana di Hitler che mi fissa dallo specchio dell’acqua del cesso. Poi viene fuori come un pitone incazzato e cerca di strozzarmi. Brutto figlio di puttana! Ho quasi l’uccello di fuori. Ho la vescica piena. Devo pisciare. Nazista di merda. Hitler può tornare sempre. Forse è già tornato. Io sono il partigiano sulle montagne. Io sono il partigiano di 90 anni. Io sono il partigiano in un bar di giganti.
Chiamo Lori! Lori Cazzo! C’è Hitler nel tuo fottutissimo cesso! Lori arriva e butta giù la porta con una testata. Poi mi da un pugno in faccia e collasso.
“Cazzo, scusa zio, ho sbagliato… ho bevuto qualche prosecchino!”
“Cazzo Lori stai quieto, c’è Hitler!” lo dico con naso spaccato. “Facciamogli il culo a questo figlio di puttana!”
Iniziamo dunque a saccagnarlo. Gli cavo un occhio. Lori gli strappa i baffi. Poi lo prendiamo per le gambe e lo impicchiamo alla cordina del cesso.
Ancora oggi potete scaricare nel cesso del Bar Bah tirando la cordina con Hitler impiccato.
Questo è il mio sogno. Il sogno di un partigiano ubriaco.

RECENSIONI

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RISOTTO SEGRETO

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Porca puttana… non posso scrivere del mio risotto segreto. Eppure stanno tutti lì a chiedermi la ricetta.
Non parlo di esseri viventi reali. Parlo di tutta la cricca di esseri bastardi che abitano la mia testa di cazzo.
Il risotto non è da tutti. Il risotto è roba da campioni. È un gioco di equilibri difficilissimi. Parlo di temperature, consistenza, cremosità, parmigianosità, e poi qualità del chicco. 
Il riso è fatica, cazzo!!! Avete in mente le mondine? Sapete chi diavolo sono le mondine? Non stavano mica a pecora ad aspettare lo Spirito Santo!
Si spaccavano la schiena per raccogliere quel cazzo di riso nelle risaie, coi piedi a mollo. Un lavoro durissimo.
Bisogna rispettare il riso. Bisogna acquistarlo di grande qualità.
Adesso, prima della ricetta vi svelerò i segreti di Fatima per fare un buon risotto.

1) Comprate ottimo riso non parboiled
2) Il burro non è obbligatorio
3) Il dado ficcatevelo su per il culo se vi piace così tanto. È merda pura e dura.
4) Il soffritto fatelo a parte.
5) Tostate il riso senza grassi.
6) Copritelo con del brodo vegetale preparato con verdure vere.
7) Non giratelo mai durante la cottura. Il riso attacca solo se lo girate.
8) Mantecate a fuoco spento.
9) Lasciatelo cremoso, all’onda e non asciutto tipo asteroide dello spazio profondo. Non riuscireste più a cagarlo il giorno dopo.
Ecco. Il mio risotto è piuttosto famoso… nella cerchia ristretta del mio condominio ovviamente.

RISOTTO CON CRUDITÀ DI VERDURE PRIMAVERILI O ESTIVE

INGREDIENTI PER 4 STRONZI AFFAMATI
400 gr di riso carnaroli
5 pomodori datterini maturi
1 cipollotto di Tropea
1 mazzo di spinacini
1 cuore di sedano
1 mazzetto di aneto
1 mazzetto di basilico
1 mazzetto di coriandolo
1 mazzetto di prezzemolo
1 mazzetto di quello che avete a casa
6 friggitelli
Olio evo qb
1 cucchiaino di aceto di mele
Sale qb
100 gr di parmigiano

PROCEDIMENTO
Dopo aver fatto un brodo di verdure con gli scarti di tutti gli ingredienti tostate il riso, aggiungete il soffitto fatto con il verde del cipollotto e sfumate e coprite con il brodo filtrato. Appena cotto il riso dovrà avere mezzo dito d’acqua sopra. Salate piano, mantecate a fuoco spento con olio a filo e parmigiano, poi aggiungete tutte le verdure tagliate a tocchetti insieme alle erbette e all’aceto. Girate con forza.

Ecco il risotto più fresco del mondo.

RICETTE LETTERARIE

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MACCHINETTE DELLE STAZIONI FERROVIARIE 400 567 chefnero

MACCHINETTE DELLE STAZIONI FERROVIARIE

cuochimabuoni sublime food design le macchinette della satzione ferroviaria

C’è quella dove puoi anche ricaricare il cellulare.
C’è quella con lo zingaro annesso che ti chiede il resto.
C’è quella con gli snack del 1830 dove sulle barrette Kinder ci sta la faccia di Cavour bambino.
C’è quella che non accetta monete, carta di credito e bancomat, la puoi solo guardare.
C’è quella con la tagliola per i polpastrelli. Quella con la tagliola per la mano. Quella con la tagliola per l’avambraccio.
C’è quella che ti spara i prodotti sulle palle.
C’è quella che ti stritola i crackers prima di darteli.
C’è quella che parla ma dice cose poco interessanti.
C’è quella super tecnologica che il tempo che ci metti a leggere le istruzioni hai già perso il treno.
C’è quella senza la mia acqua frizzante preferita.
C’è quella che per prelevare un prodotto devi scrivere la sequenza di Fibonacci.
C’è quella che il caffè te lo da ma senza bicchiere.
C’è quella che gli dai i soldi e non ti da niente in cambio.
C’è quella coi salamini che solo i tedeschi posso mangiare.
C’è quella hipster con lo snack alla rapa rossa.
C’è quella che i baristi usano come confessionale.
C’è quella la scritta “non da resto”.
C’è quella con i Tuc e la Milka al gusto pretzel.
C’è quella che… oh cazzo! Ma  c’è un bambino incastrato dentro… cazzo! chiamate qualcuno…

RECENSIONI

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VÂGH ÍÑ UFÉZZÍ 400 567 chefnero

VÂGH ÍÑ UFÉZZÍ

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VÂGH ÍÑ UFÉZZÍ – Via de’ coltelli, 9 – 40124 Bologna

Quando sarò morto portatemi da Mirco Carati affinché possa smontarmi pezzo per pezzo, organo dopo organo e possa poi cucinarmi e offrire le mie frattaglie ad un gruppo di amici.
Vorrei che prendesse il mio cuore e che lo tagliasse a listarelle! Vorrei lo facesse impanato e fritto, servito in coni di bambù, roba da finger food, roba da mangiare con le mani e poi da leccarsi le dita. La prima che dovrà mangiarlo dovrà essere mia figlia Nina! Va pazza per il cuore fritto.
Poi Mirco dovrà prendere i miei polmoni già affumicati e la mia milza, potrà decidere se farli brasati coi carciofi o servirli in un panino con la ricotta il limone e il pepe nero appena macinato.
A un certo punto dovrà spaccarmi il cranio con la schiena di una mannaia.
Dovrà colpire più volte per spaccare la noce e sentirne il crack per poi estrarre il cervello da testa di minchia. Io ne farei una tartare visto che è già spappolato da tempo.
Ok Mirco, coi miei coglioni puoi farci un dolce, ti bastano almeno per 200 persone! Il primo assaggio è per il professor Sebastiani, e non dimenticare il mosto cotto.
Il culo fallo a fette spesse! Puoi darlo a mio figlio Michele con le brioches bolognesi, le crescentine insomma.
Spero non si dimentichi di pulire bene la mia trippa. Ne ho mangiate di porcherie in vita mia, più di quante ne abbia cucinate!
Le orecchie sono pelose ma croccanti, puoi friggerle e usarle come cucchiaio per il Friggione!
La lingua bollita è servita con rafano, vero?
Bisogna ammettere che una cucina così umana nessuno la fa a Bologna! Nessuno a parte Mirco.
Mirco lavora da una vita con sua moglie Antonella, che con lo sguardo severo può tagliare in due un muro di mattoni, e col suo sorriso ricostruirlo in un attimo.

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