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LA CANTINETTA 320 454 chefnero

LA CANTINETTA

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La Cantnetta – Piazzale Carlo Archinto – 20159 Milano

La Cantinetta è Luca che si autoinnesca in mille storie con mille anime in quell’inferno così assoluto e fuori misura che vegeta assonnato sotto gli ombrelloni e sopra i tavolini tra patate al forno, pasta al sugo e polpette X.
La Cantinetta è la mamma di Luca che lo tormenta e lo protegge.
La Cantinetta è Bianconi che sta lì con i suoi amici e nessuno gli rompe i coglioni, ne potrebbe morire.
La Cantinetta è il fotografo che fa reportage di guerra ed è ancora vivo.
La Cantinetta è il giornalista di Linus che abitava dove abito io adesso.
La Cantinetta è i piccioni presi a calci da Luca.
La Cantinetta è le libraie in pausa pranzo.
La Cantinetta è i tossici in pausa pera.
La Cantinetta è la tenerezza di certe idee di certi filosofi.
La Cantinetta è notte e giorno. Più sera che notte. Cioè… si sta aperti finché Luca non si rompe i coglioni e poi via… filare… o chiamo la madama se il primo sciroccato col cazzo di fuori mi piscia sulla testa dei bambini… allora…
La Cantinetta sono le designer o grafiche o creative che fanno le riunioni davanti ad un caffè la mattina, un piatto di pasta a pranzo e uno spritz all’aperitivo. Cazzo che riunioni! Se rinasco faccio il grafico.
La Cantinetta è lo sguardo di Luca che domina tutti i punti cardinali di piazzale Archinto. Avrà 11 decimi, cazzo.
La Cantinetta è Luca che mi fa… che lavoro di merda che facciamo Chef… e giù a lamentarci… e giù a pensare a vite migliori… e giù con la testa a tornare sempre alle nostre… le nostre vite di ogni giorno… coi nostri ruoli… e i nostri eroismi belli e inutili come tutte le cose belle che infine altro non sono che stelle calpestate sul pavimento del piazzale giorno dopo giorno dall’apertura all’ora di chiusura.

RECENSIONI

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ZUCCHINE IN TECHNICOLOR 400 567 chefnero

ZUCCHINE IN TECHNICOLOR

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Dopo la morte di mio nonno Piero sulla porta della nostra casa apparve un bigliettino bianco con i bordini neri con su scritto qualcosa.
Io non avevo tanta coscienza di me. Ero piccolo e senza alcuna idea concreta di ciò che fosse la vita e la morte. Accadeva che un giorno quella persona c’era e che dal giorno dopo in poi non c’era più.
Tu la chiamavi quando di notte venivi catturato dai ragni degli incubi e quella persona non sarebbe mai più arrivata. Però avevi tutte le sue foto accanto al letto, sotto la grotta di pietra lavica della Madonnina di Lourdes.
C’era nonno Piero coi suoi capelli pettinati all’indietro, zia Maria mentre ipnotizza lucertole e galline, zia Lucia che rammenda la pelle della sua mano, zia Tanina che sembra avere delle fiamme al posto dei capelli, zio Concetto che fuma una sigaretta spenta, nonna Catalda che non so ancora chi diavolo sia.
Poi c’erano catenine di rosari fosforescenti con lumini perpetui che vibravano nel buio fosco della notte. La stanza nella quale dormivo era stata la stanza da letto dei miei nonni. Morto nonno Piero la nonna Concettina decise di andare a dormire sul divano del salotto, sfrattando me dal mio lettino a castello rosso e traballante.
La mia nuova stanza da letto era terrificante.
C’era un grandissimo armadio che aveva le ante tutte fatte di specchi. Ai lati del lettone c’erano due consolle con altrettanti specchi giganti e barocchi. Sulle consolle fatte di specchi c’erano suppellettili d’ogni sorta e certo misteriose fatte di cristallo trasparente. Al fianco del letto l’enorme grotta votiva e luttuosa.
Le maniglie dell’armadio erano di ottone, e a forma di palchi di cervo, appuntite e minacciose. Un grosso sacco nero che si muoveva col vento che passava come spiffero dalle crepe della finestra riposava inquieto sopra l’armadio. Io dormivo al centro del lettone, alto e solido come un altare. Quando scendeva la notte sentivo la nonna russare, io mi nascondevo sotto le lenzuola. La luce dei fuochi perpetui si rifletteva mille volte sulle superfici degli specchi della stanza. Lucine rosse che si moltiplicavano all’infinito terrorizzandomi senza tregua.
Un giorno di quelli mia nonna mi portò al cimitero. Aveva un mazzo di fiori in mano. Bellissimi fiori dall’odore putrido, come le rose pestate, fiori belli che andati, ma belli comunque. Arrivammo ai piedi di un palazzo altro almeno cinque piani.
Prendemmo l’ascensore e salimmo al terzo. Poi mi accorsi che non c’erano porte o scale o altro se non mille quadrati di pietra appesi alle pareti con le foto e i numeri e le luci e i fiori. Quelle erano le case dei morti. C’erano i morti dentro. Ci avvicinammo ad una pietra con la foto di mio nonno e lasciammo là quei fiori.
Mio dio quanto ho odiato quel gesto. I fiori ai morti? I fiori devono andare ai vivi.
La bellezza non può intaccare la morte ma viceversa si. Per questo i miei piatti coi fiori sono vitali e frenetici. Appartengono alla vita. Tornati a casa vidi il cartellino bianco coi bordini neri e capii. Chiesi a mia nonna un foglio e una penna e restai fuori dalla porta a copiare quelle lettere.
Guarda nonna ho imparato a scrivere il nostro cognome. Mia nonna prese il foglietto con le mie lettere sgangherate e rise. Piccolo pesciolino, quello non è il nostro cognome, hai solo scritto la parola “Lutto”.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:
2 zucchine da 100 gr
4 fiori di zucchina
1 lime
10 gr di zenzero fresco
10 ml di salsa teriyaki
10 ml di olio di sesamo

RICETTE LETTERARIE

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TOFU A POIS 400 567 chefnero

TOFU A POIS

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Tofu arrostito e marinato con mais e lenticchie ai semi di senape

Questo dialogo avrebbe potuto scriverlo Harold Pinter. Avrebbe potuto intitolarsi “Troppo tardi, ormai è in frigo”, sarebbe stato un pezzo minore, una di quelle sue pièces senza scampo in poche battute, qualcosa che sarebbe andata in mezzo ad una raccolta e che pochi avrebbero preso in considerazione per poi fare il boom nel momento in cui un attore famoso non lo avrebbe messo in scena.
Quindi cerchiamo di immaginare George Clooney in questa situazione.

G.C. L’ho visto lì, era davanti a me, l’ho preso e l’ho portato a casa. Lo so cosa stai pensando, che non è la prima volta. È successo sulla strada verso casa, la luce della vetrina lo illuminava tutto per intero. Cazzo, non sono un figlio di puttana. Non ho resistito.
Io: Senti, non ti giudico, ma sono certo che gli farai fare la stessa fine degli altri.
G.C. Non è vero!
Io: Fai sempre così! Fate sempre così.
G.C. Vuoi dire che non sono il solo? Pensi che io sia uno di quelli? Lo pensi davvero? Tu non capisci e sai perché? Perché tu non sbagli mai con certe cose. Sei uno di quelli che non sbagliano mai in certe cose. Un giorno saprai dirmelo che avevo ragione. Sai fare le cose giuste con questo tipo materiale grezzo.
Lo sai educare, lo fai piegare alla tua volontà. Lo fai diventare la tua carne preferita in certe occasioni e con certi strumenti. E se un giorno ti scappasse la mano? Prendi, maciulli e butti via tutto?
Io: Stai dicendo un mucchio di sciocchezze. Parli di me dimenticandoti del mio lavoro. Io lo faccio per lavoro. Su certe cose sperimento le mie tecniche.
Se faccio male sono solo fatti miei. Trovo soluzioni anche per dei maniaci come te. Se non ti piace il genere, bè, trovati altra roba, magari godi di più.
G.C. Troppi tardi, ormai è in frigo.
Io: Non dovevi farlo.
G.C. Dicono faccia bene. Ma quando lo metti in bocca non sa di un cazzo.
Io: Prova questa, ma è l’ultima volta che ti aiuto. Io lo bagno e lo passo nella farina integrale. Poi lo arrostisco in padella con olio e una punta di soia.
Taglia dei cipollotti in quattro e infarino pure quelli. In padella diventano delle bombette croccanti fuori e morbidissime dentro.
Poi lo scaloppo e lo condisco con olio di sesamo ed erbette.
A parte preparo un’insalata di mais e lenticchie. Aggiungo basilico e manteco con i semi di senape che mi ricordano mais e lenticchie in miniatura.
Copri il tofu caldo con questa insalata e vedrai!
G.C. Questa volta provo così. Ti prometto che non ci ricadrò.
Io: George, siamo uguali. Siamo uguali fisicamente, ci scambiano per gemelli, e siamo uguali di testa. Siamo gente che cade. Non possiamo farci niente.
Siamo come Lucifero, vogliamo essere non come Dio, ma Dio in persona.
Dio non mangia il tofu, fidati.

RICETTE LETTERARIE

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CAPRESE DI POLPO 400 567 chefnero

CAPRESE DI POLPO

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Polpo, Octopus, Kraken, Piovra… tanti i nomi del polpo.
Tanti i libri che ne parlano e tante le ricette che possiamo trovare. Ha un genoma più ampio di un essere umano. Sei volte più neuroni di un topo. Ha terrorizzato dal 1700 ad oggi miriadi di marinai fino ad arrivare all’Uomo Ragno.
Dal Kraken al Doctor Hoctopus il passo è breve. Sotto forma di Kraken ha distrutto navi e divorato uomini precedentemente sradicandoli dalle loro postazioni e poi dimenando gli enormi tentacoli li sbatacchiava contro un qualsivoglia ostacolo per cosi ammorbidirli e poterli succhiare e sgranocchiare col becco appuntito.
Che schifo. Sì, proprio schifo.
Facciamo noi lo stesso con lui, dopo averlo arpionato alla meno peggio scagliando il dardo sottomarino. Il polpo è ostinato e muscolare. Si aggrappa con tutte le sue forse all’appiglio della roccia e tiene duro.
È una lotta impari quella contro l’uomo… eppure lui resiste fino alla cattura.
Allora siamo noi che lo sbattiamo contro le rocce affinché rilasci l’anima in chissà quale paradiso delle profondità.
Per questo genere di sacrifici dobbiamo assolutamente onorare gli esseri coraggiosi e viventi che usiamo per cucinare. Mai dimenticare questa cosa.
Siamo onnivori ma non siamo selvaggi. La ragione ci porta a cacciare per sfamarci, la tecnica ci aiuta a non sprecare le nostre risorse alimentari ma la fantasia ci aiuta ad essere dei sacerdoti che onorano il culto della creatività per far si che queste bestie possano rinascere con una bellezza e bontà nuove e definitive.

Ho creato per questo la mia Caprese di Polpo.
Ho tagliato in sezioni di circa un centimetro il tentacolo di una piovra e per la morbidezza ed  il colore ho subito avuto questa intuizione. Sembra fior di latte. Sembra una mozzarella.
Allora su quella morbidezza ho voluto la croccantezza dei pomodori camoni, la loro acidità mi piaceva per abbinarla al sapore del mare che il polpo porta con sè.
Ho condito i pomodori con sale di cervia a cristalli e poi appoggiato le sezioni di tentacolo ricoprendole solo con olio evo e origano.
Questo è tutto, per il resto cercate la ricetta nell’archivio del Corriere della Sera!!!!

RICETTE LETTERARIE

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MOMO 400 567 chefnero

MOMO

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Momo – Piazza Tito Minniti, 5 – 20159 Milano

Io non so quale sia il vero senso di questo nome. Certo mi ricorda “Momo alla conquista del tempo”, e avrebbe pure senso, dico in un bar che ti spinge a raccogliere le tue forze anche nei pochi minuti di un caffè.
I bar dovrebbero servire a questo, a restituirci il tempo.
Credo che una copia sia esposta nella teca vicino alla cassa.
Momo potrebbe anche essere un intercalare terrone per guadagnare tempo.
Quando qualcuno ti pressa con gli obblighi quotidiani e il tuo tu meridionale lo sfancula rispondendo “Mo mo”!
Quando lo vidi aprire pensai al solito locale che apre in Via Borsieri. Perché aprire in Via Borsieri è figo in questa epoca. Devo ammettere che ho fatto fatica a frequentarlo. Per i miei gusti era troppo frequentato. Io odio la gente. C’è chi gli fa schifo gli insetti. Anche a me fanno schifo gli insetti e tanto altro.
All’inizio c’era la porta scorrevole automatica, piena di macchie di sangue del naso della gente strafica e sicura che entrava senza aspettare che si aprisse.
Su questo fatto srotolo tutta la mia stima e soddisfazione. Mi piace vedere scorrere il sangue dei fighetti o di quelli infighettati. Mi piaceva quella porta così selettiva.
Chi non aveva fretta aspettava anche 10 o 20 minuti prima che si aprisse. E poi zac! Dentro.
Il bar è lungo. Il banco è lungo. Il caffè è buono. Ci sono i giornali del giorno. C’è internazionale. C’è un evidente tocco africano. C’è il gelato, anche se pochi lo vedono. C’è la proprietaria seduta a un tavolo in fondo e che non rompe mai i coglioni.
Poi c’è lui.
Premetto che io a parte di cucina e letteratura non capisco un cazzo di niente. Non mi interessa il calcio, farei si che il beach volley femminile potesse prendere il posto del campionato. Non mi interessa l’attualità, la cronaca la schifo, il terrorismo non mi appassiona, le grandi disgrazie se la giocano con le mie personali.
Quindi spesso io con i baristi non riesco a parlare di un cazzo.
Ed aggiungendo pure il carico della mio caratteraccio e della mia misantropia rischio di sembrare antipatico ed altezzoso, come uno che lavora alla Unicredit, che al bar è simpaticissimo ma quando gli chiedi un prestito diventa come me al bar.
Chiaro?
Non voglio fare il nome di Lui!
Per comodità lo chiamerò Fabrizio. Fabrizio è super gentile, credo onestamente gentile, non per mestiere. È un uomo del sud, con quel genere di cortesie e tensioni fisiche caratteristiche. Ha una parola per tutti, conosce i nomi e consiglia cosa prendere. Non ti consiglia tra le paste la “Luisona”, antica come Dio, solo per togliersi le cose vecchie dalle palle. Ti consiglia bene.
Solo che poi una mattina mi chiede cosa è successo a Londra. Ed io sbianco. La gente che abita il mio cervello va immediatamente in archivio a cercare le notizie lette il giorno prima. Trovano soltanto un articolo sulle stragnocche che hanno deciso di fare outing. E un piccolo trafiletto sulle emorroidi.
Lo guardo e gli dico. Londra? E lui, si la tragedia. Faccio uno più uno. Londra più tragedia uguale Shakespeare. Ehm…. sono fuori strada.
Rispondo che non leggo i giornali. Mentre rispondo ho un giornale in mano. Cioè la cronaca.
Lui rincara ed io glisso malamente. Cazzo ma ti informerai di uno sciopero dei treni o dei tram. Lui non può sapere del mio rapporto coi mezzi di trasporto. Allora scappo via in lacrime perché penso di averlo ferito. Così l’indomani torno pieno di buona volontà per poter parlare con lui. E parliamo di Batman, e parliamo del suo nome. È un barista felice. In un bar dove sono felice.
Perché oltre tutti quelli che odio, c’è anche parte della gente che amo. Escluso me ovviamente.
Fine.

RECENSIONI

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INSALATA SULLA LUNA 400 567 chefnero

INSALATA SULLA LUNA

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Ero un ragazzino piuttosto solo, ciccio e languido. Passavo il mio tempo nei salotti della nonna. Facevo suonare il carillon a forma di gondola con su scritto “Saluti da Pisa” e sfogliavo riviste nazionalpopolari come “Gente”, “Oggi”, “Novella 2000”. Scoprivo le prime tette cartacee. Spesso sedevo su di una sediolina di legno con lo spago intrecciato alla meno peggio che mi ricordo faceva prudere le mie gambotte nude, tanto rude era lo spago. Avevo 8 anni. La mia testa era tonda se vista di fronte, quadrata se vista di lato. Avevo i capelli sporchi e appiccicati alla testa. Li bagnavo con l’acqua tanto da farli diventate sempre più neri e lucidi. Il mio migliore amico è stato per molti anni un telefono della SIP, uno di quelli grigio topo con la rotella. Aspettavo sempre che qualcuno mi chiamasse. A parte quello non c’era niente. Niente amore. Forse la prima sigaretta. I primi racconti scritti e riscritti sul calorifero spento sotto una finestra aperta sull’Etna. Sull’Etna spesso la notte, sorgeva e moriva la luna. Bella la luna.
Il complesso di palazzine dove vivevo si chiamava “Galassia”. Molti bambini vivevano li. Poche erano le auto. Molti i nascondigli. Io ero un bambino brutto. Il gelsomino era sempre rigoglioso e puzzava di marcio già ai primi caldi di aprile. “Aprile è il mese più crudele, genera lillà da terra morta”. Ma non potevo saperlo prima di essere stato rinchiuso in un cassonetto della spazzatura per ore sperando che tutta quella solitudine potesse finire lì in quel posto che allora pensavo di meritare. Avevo avuto la fortuna di passare vicino ad una panchina di bulletti seduti a sfumacchiare e a parlare di figa. Erano poco più grandi di me. Abbastanza lo erano per acchiapparmi e strattonarmi. Mi presero in quattro. Due per le braccia e due per le gambe. Ricordo perfettamente le loro facce ghignanti e piene di male inconsapevole. Il male che ti fa crescere poi buono. Quel male che i ragazzi devono spurgare ad una certa età.
Era un giorno di sole. C’era il palo del divieto d’accesso. Venivo trasportato come un annegato viene portato in spiaggia per la respirazione bocca a bocca.
Mi aprirono le gambe e iniziarono a sbattere gli attributi conto il palo così tante volte che dal dolore sono poi svenuto. Quando mi ripresi ero sigillato dentro al buio. Mi faceva male tutto. Ero stato pestato come si deve. Adesso ero al sicuro nell’immondizia.
La fortuna di vivere a Catania è che la gente non usa i cassonetti per l’immondizia. La lasciano dappertutto fuorché nei cassonetti. Lì ci vivono i gatti. E poi c’ero io. E non volevo più uscire. Un filo di luce passava per una fessura. Mi abituai a quella luce. Vidi a ridosso dei miei piedi una pila di libri. Avvicinandomi scorsi i titoli sulle brossura eleganti. Lessi. Giosuè Carducci, “Tutte le poesie”, poi Giovanni Pascoli “Raccolta”, altre cose strane e poi un libro che ancora oggi possiedo, il libro dei libri per me, T.S. Eliot, Poesie.
Il libro era verde, verde come la i tenerumi di zucchina che mi marcivano accanto, come il prezzemolo che avevo appiccicato ad un calzino, cazzo mi avevano fottuto le finte clark. Aprendo il libro mi accorsi che apparteneva ad una biblioteca. Aveva il timbro. La prima pagina era una velina trasparente con la faccia di questo signore. Aveva una bella faccia da impiegato di banca. Non era bello ma sorrideva. Mi mise subito a mio agio e iniziai a leggere. Lo lessi tutto. Capivo poco e niente. Era una sensazione bellissima. Il cuore batteva feroce. mi stava divorando.
Ero così protetto e stavo bene e stavo male.

C’era una gran puzza. I gatti bussavano e spingevano il musetto dentro le fessure. Pensavano fossi un sorcio schifoso da mangiare. Io li cacciavo via, battendo contro la lamiera del cassonetto. Talvolta piangevo. Ricordo molti versi di quel libro. Come avrei mai potuto dimenticarli? Forse sarebbe stato il mio ultimo giorno. Forse il primo.
“Le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo”
“Ogni lampione che oltrepasso batte come un tamburo fatale”
“La memoria rigetta e dissecca un ammasso di cose distorte”
E poi la luna, la mia amica sentimentale… un verso faceva così e lo lessi per ultimo uscendo dal cassonetto a notte fonda, quando nessuno continuava o aveva  mai iniziato a cercami. A piedi scalzi con i tenerumi e il prezzemolo attaccati dappertutto e i libri in mano. E poi quella luna tonda a guardami percorrere altri passi stupidi di uno stupido bambino. C’era silenzio, e un film con Totò al quarto piano. Entrai nel portone e bussai alla porta di nonna. Nonna non c’era. Mi sdraiai sullo zerbino di spago e li iniziai a dormire.
La mia insalata di tenerumi nasce lì. Ma voi interessa la ricetta, vero?
Eccola.

PER DUE PERSONE:
200 gr di tenerumi
1 mazzo di prezzemolo
10 capperi dissalati
1/2 radice di zenzero
Olio evo
2 cucchiai di rafano
10 foglie di menta fresca
10 cime di finocchietto

RICETTE LETTERARIE

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BERBER 400 567 chefnero

BERBER

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Berber? Pizzeria – Via Sebenico, 21 – 20124 Milano

Ok, mi tolgo subito dal cazzo quello che ormai ? una certezza? la pizza ? buonissima! ? una pizza artigianale!
L?impasto ? costante ed ? eseguito sempre alla perfezione. Gli ingredienti sono una favola. Manca un po? la mano di uno Chef sugli abbinamenti ma detto da uno Chef lascia il tempo che trova.
Non che in altre occasioni io sia riuscito a modificare la situazione meteo con le mie parole, ho avuto il coraggio di provarci per?.
Mi ricordo ancora di quella gita nel deserto, quando con un gruppo assai assortito di uomini donne e bambini abbiamo lasciato le terre del Faraone per cercare un posto ameno dove poter definire dei confini e poi spaccarci il culo per secoli tra etnie di vario genere e religione.
In quei giorni faceva tanto caldo e i negozi dei bangla o dei paki scarseggiavano assai. Dio non li aveva creati, o forse aveva imposto qualche strano coprifuoco per cui dopo un certo orario non potevano pi? vendere alcolici e bibite zuccherine affatto dissetanti. Insomma morivamo di fame e di sete.
Qualcuno di noi aveva delle visioni, altri costruivano statue di vitelli tonnati fondendo l?oro dei loro denti, altri ancora si facevano i cazzi loro.
Ad un certo punto siamo arrivati in quello che all?epoca per noi era il mare.
Inseguiti dai ristoratori egiziani da cui fuggivamo perch? non avevamo pagato il conto e non avendo barche da trasbordo a nostra disposizione decisi di usare le parole per aprire una breccia tra i flutti e attraversare a piedi il regno del dio
Nettuno ancora all?epoca in conflitto col Dio Dio.
Sulle parole che usai devo riservare il segreto per questioni di copyright.
Posso solo accennare la radice: abra?
Guarda un po? te? i marosi si aprirono formando alte pareti liquide dove potevi vedere la fauna acquatica come all?acquario di Genova ma senza pagare il biglietto. Pensai? figata? sono proprio figo. Passammo lungo la strettoia calpestando conchiglie e scansando i sottomarini nucleari russi. Seminammo i ristoratori egiziani e passammo dall?altra parte.
Ecco. Un problema risolto.
Ne sorgeva un altro: la fame. Decisi ancora di usare altre parole affinch? dal cielo potesse scendere come pioggia un qualcosa da masticare? dissi: ?alacabula?? e gi? dal cielo inizi? a piovere una roba tipo cottonfioc che non era neve, non era cotone bens? manna. E quando mi girai per vedere le facce dei miei amici gitanti mi accorsi che nessuno era pi? con me. Guardai bene attorno.
Vidi poco lontano una costruzione che assomigliava ad un rifugio. Mi avvicinai.
E li trovai l? seduti a mangiare questo disco di pane perfettamente lievitato con sopra qualcosa di rosso e delle latte cagliato filante.
Pensai, sticazzi!
La chiamer? pizza in onore della noia che provavo in quel momento in cui nessuno aveva cagato il mio miracolo.
Dopo salii sul monte e chiesi al Signore della pizza di scolpire sulla pietra del forno le sacre leggi della lievitazione. Quando tornai indietro vidi che molti dei miei amici gitanti si strafogavano e adoravano le mediocri ed economiche pizze al taglio. Decisi di scagliarli contro le tavole della legge.
Dopo un grande boato molti tornarono sui propri passi, altri morirono di dissenteria altri erano intolleranti al lattosio ed al glutine e perirono anche loro.
Noi i pochi rimasti scappammo ancora senza pagare il conto.
E fummo inseguiti ancora e perseguitati fino ad oggi.

RECENSIONI

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PRIMAVERA 400 567 chefnero

PRIMAVERA

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Quando Lucio Fontana incontrò per la prima volta Botticelli si trovava nel luogo dell’assurdo. Non parlo degli Uffizi, come sarebbe logico. Parlo di un luogo dell’immaginario, che con molta probabilità corrisponde al mio universo narrativo, al mondo mio delle visioni. Visioni che mi ossessionano come ossessionavano ogni fottutissimo mistico della storia dei santi. Quindi nella mia agiografia non troverete (o forse si ma ben nascosti) nessuna Teresa di Lisieux, nessun Ignazio da Lojola o la beata Albertoni, insomma nessun santo che scopa con la luce divina, dove più dell’estasi c’è l’orgasmo. Stavo parlando di Lucio Fontana, un uomo coi baffoni da Poirot, un nonno che dà da mangiare ai piccioni al parco e poi li squarta. E poi Sandro Botticelli, decimo di 4 figli. Ok, la smetto. Ho immaginato questo piatto pensando a questo incontro. Ho visto Lucio Fontana avvicinarsi alla Primavera con un coltellaccio, l’ho visto scansare con un calcio il povero Botticelli che cercava di proteggerlo. Ho visto squartare le ninfe. Ho visto venirne fuori la luce e da lì non ho visto più niente, come un santo che va in estasi e scopa con la luce divina.

Detto questo prendete una bella stacciatella fresca e conditela con olio evo e sale di cervia, pepe nero macinato e via.
Frullate 50 gr rapa rossa con olio evo e 100 ml di latte di soia, fate lo stesso con arancia e basilico.
Otterrete tre maionesi.
Mettete la stacciatella in una fondina, coprite con un foglio di carta di riso bagnata (la trovate dai cinesi) poi decorate con le salse facendo delle cupolette belle come quelle delle chiese ortodosse della piazza rossa, poi riempitelo di erbette fresche come aneto, menta, basilico, petali di fiori e qualche puntella marinata al limone.
Facile no?

RICETTE LETTERARIE

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BAR BAH 400 567 chefnero

BAR BAH

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BAR BAH – Via L. Porro Lambertenghi, 20 – 20159 Milano

Ho fatto un sogno. Ho fatto una serie di sogni. In questo sogno frequentavo le fetide osterie di Monaco all’inizio del secolo scorso. Il secolo scorso è il ‘900. C’era questo piccolo ometto coi capelli leccati e i baffetti a spazzolino.
Io mi appoggiavo ai tavolacci completamente sfatto e sbronzo con la testa fra le mani. Non so chi mi aspettasse a casa. Lo sentivo arringare cazzate in tedesco.
Lo sentivo crescere come una sanguisuga succhia merda!
Poi mi svegliavo ed ero al Bar Bah. Ero comunque ubriaco.
Lori e l’altro che non conosco mi sembravano giganti venuti dalla terra dei giganti. L’atmosfera è la stessa delle osterie di Monaco, ma non fetida.
Mi alzo dal divano perché devo andare a pisciare dopo aver bevuto litri di birra.
Al cesso miracolosamente non c’è fila. La gente va a pisciare sotto la finestra di casa mia che si trova dietro il Bar Bah!
Quando entro nel cesso vedo questo figlio di puttana di Hitler che mi fissa dallo specchio dell’acqua del cesso. Poi viene fuori come un pitone incazzato e cerca di strozzarmi. Brutto figlio di puttana! Ho quasi l’uccello di fuori. Ho la vescica piena. Devo pisciare. Nazista di merda. Hitler può tornare sempre. Forse è già tornato. Io sono il partigiano sulle montagne. Io sono il partigiano di 90 anni. Io sono il partigiano in un bar di giganti.
Chiamo Lori! Lori Cazzo! C’è Hitler nel tuo fottutissimo cesso! Lori arriva e butta giù la porta con una testata. Poi mi da un pugno in faccia e collasso.
“Cazzo, scusa zio, ho sbagliato… ho bevuto qualche prosecchino!”
“Cazzo Lori stai quieto, c’è Hitler!” lo dico con naso spaccato. “Facciamogli il culo a questo figlio di puttana!”
Iniziamo dunque a saccagnarlo. Gli cavo un occhio. Lori gli strappa i baffi. Poi lo prendiamo per le gambe e lo impicchiamo alla cordina del cesso.
Ancora oggi potete scaricare nel cesso del Bar Bah tirando la cordina con Hitler impiccato.
Questo è il mio sogno. Il sogno di un partigiano ubriaco.

RECENSIONI

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RISOTTO SEGRETO

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Porca puttana… non posso scrivere del mio risotto segreto. Eppure stanno tutti lì a chiedermi la ricetta.
Non parlo di esseri viventi reali. Parlo di tutta la cricca di esseri bastardi che abitano la mia testa di cazzo.
Il risotto non è da tutti. Il risotto è roba da campioni. È un gioco di equilibri difficilissimi. Parlo di temperature, consistenza, cremosità, parmigianosità, e poi qualità del chicco. 
Il riso è fatica, cazzo!!! Avete in mente le mondine? Sapete chi diavolo sono le mondine? Non stavano mica a pecora ad aspettare lo Spirito Santo!
Si spaccavano la schiena per raccogliere quel cazzo di riso nelle risaie, coi piedi a mollo. Un lavoro durissimo.
Bisogna rispettare il riso. Bisogna acquistarlo di grande qualità.
Adesso, prima della ricetta vi svelerò i segreti di Fatima per fare un buon risotto.

1) Comprate ottimo riso non parboiled
2) Il burro non è obbligatorio
3) Il dado ficcatevelo su per il culo se vi piace così tanto. È merda pura e dura.
4) Il soffritto fatelo a parte.
5) Tostate il riso senza grassi.
6) Copritelo con del brodo vegetale preparato con verdure vere.
7) Non giratelo mai durante la cottura. Il riso attacca solo se lo girate.
8) Mantecate a fuoco spento.
9) Lasciatelo cremoso, all’onda e non asciutto tipo asteroide dello spazio profondo. Non riuscireste più a cagarlo il giorno dopo.
Ecco. Il mio risotto è piuttosto famoso… nella cerchia ristretta del mio condominio ovviamente.

RISOTTO CON CRUDITÀ DI VERDURE PRIMAVERILI O ESTIVE

INGREDIENTI PER 4 STRONZI AFFAMATI
400 gr di riso carnaroli
5 pomodori datterini maturi
1 cipollotto di Tropea
1 mazzo di spinacini
1 cuore di sedano
1 mazzetto di aneto
1 mazzetto di basilico
1 mazzetto di coriandolo
1 mazzetto di prezzemolo
1 mazzetto di quello che avete a casa
6 friggitelli
Olio evo qb
1 cucchiaino di aceto di mele
Sale qb
100 gr di parmigiano

PROCEDIMENTO
Dopo aver fatto un brodo di verdure con gli scarti di tutti gli ingredienti tostate il riso, aggiungete il soffitto fatto con il verde del cipollotto e sfumate e coprite con il brodo filtrato. Appena cotto il riso dovrà avere mezzo dito d’acqua sopra. Salate piano, mantecate a fuoco spento con olio a filo e parmigiano, poi aggiungete tutte le verdure tagliate a tocchetti insieme alle erbette e all’aceto. Girate con forza.

Ecco il risotto più fresco del mondo.

RICETTE LETTERARIE