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ZUCCHINE IN TECHNICOLOR 400 567 chefnero

ZUCCHINE IN TECHNICOLOR

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Dopo la morte di mio nonno Piero sulla porta della nostra casa apparve un bigliettino bianco con i bordini neri con su scritto qualcosa.
Io non avevo tanta coscienza di me. Ero piccolo e senza alcuna idea concreta di ciò che fosse la vita e la morte. Accadeva che un giorno quella persona c’era e che dal giorno dopo in poi non c’era più.
Tu la chiamavi quando di notte venivi catturato dai ragni degli incubi e quella persona non sarebbe mai più arrivata. Però avevi tutte le sue foto accanto al letto, sotto la grotta di pietra lavica della Madonnina di Lourdes.
C’era nonno Piero coi suoi capelli pettinati all’indietro, zia Maria mentre ipnotizza lucertole e galline, zia Lucia che rammenda la pelle della sua mano, zia Tanina che sembra avere delle fiamme al posto dei capelli, zio Concetto che fuma una sigaretta spenta, nonna Catalda che non so ancora chi diavolo sia.
Poi c’erano catenine di rosari fosforescenti con lumini perpetui che vibravano nel buio fosco della notte. La stanza nella quale dormivo era stata la stanza da letto dei miei nonni. Morto nonno Piero la nonna Concettina decise di andare a dormire sul divano del salotto, sfrattando me dal mio lettino a castello rosso e traballante.
La mia nuova stanza da letto era terrificante.
C’era un grandissimo armadio che aveva le ante tutte fatte di specchi. Ai lati del lettone c’erano due consolle con altrettanti specchi giganti e barocchi. Sulle consolle fatte di specchi c’erano suppellettili d’ogni sorta e certo misteriose fatte di cristallo trasparente. Al fianco del letto l’enorme grotta votiva e luttuosa.
Le maniglie dell’armadio erano di ottone, e a forma di palchi di cervo, appuntite e minacciose. Un grosso sacco nero che si muoveva col vento che passava come spiffero dalle crepe della finestra riposava inquieto sopra l’armadio. Io dormivo al centro del lettone, alto e solido come un altare. Quando scendeva la notte sentivo la nonna russare, io mi nascondevo sotto le lenzuola. La luce dei fuochi perpetui si rifletteva mille volte sulle superfici degli specchi della stanza. Lucine rosse che si moltiplicavano all’infinito terrorizzandomi senza tregua.
Un giorno di quelli mia nonna mi portò al cimitero. Aveva un mazzo di fiori in mano. Bellissimi fiori dall’odore putrido, come le rose pestate, fiori belli che andati, ma belli comunque. Arrivammo ai piedi di un palazzo altro almeno cinque piani.
Prendemmo l’ascensore e salimmo al terzo. Poi mi accorsi che non c’erano porte o scale o altro se non mille quadrati di pietra appesi alle pareti con le foto e i numeri e le luci e i fiori. Quelle erano le case dei morti. C’erano i morti dentro. Ci avvicinammo ad una pietra con la foto di mio nonno e lasciammo là quei fiori.
Mio dio quanto ho odiato quel gesto. I fiori ai morti? I fiori devono andare ai vivi.
La bellezza non può intaccare la morte ma viceversa si. Per questo i miei piatti coi fiori sono vitali e frenetici. Appartengono alla vita. Tornati a casa vidi il cartellino bianco coi bordini neri e capii. Chiesi a mia nonna un foglio e una penna e restai fuori dalla porta a copiare quelle lettere.
Guarda nonna ho imparato a scrivere il nostro cognome. Mia nonna prese il foglietto con le mie lettere sgangherate e rise. Piccolo pesciolino, quello non è il nostro cognome, hai solo scritto la parola “Lutto”.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:
2 zucchine da 100 gr
4 fiori di zucchina
1 lime
10 gr di zenzero fresco
10 ml di salsa teriyaki
10 ml di olio di sesamo

RICETTE LETTERARIE

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TOFU A POIS 400 567 chefnero

TOFU A POIS

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Tofu arrostito e marinato con mais e lenticchie ai semi di senape

Questo dialogo avrebbe potuto scriverlo Harold Pinter. Avrebbe potuto intitolarsi “Troppo tardi, ormai è in frigo”, sarebbe stato un pezzo minore, una di quelle sue pièces senza scampo in poche battute, qualcosa che sarebbe andata in mezzo ad una raccolta e che pochi avrebbero preso in considerazione per poi fare il boom nel momento in cui un attore famoso non lo avrebbe messo in scena.
Quindi cerchiamo di immaginare George Clooney in questa situazione.

G.C. L’ho visto lì, era davanti a me, l’ho preso e l’ho portato a casa. Lo so cosa stai pensando, che non è la prima volta. È successo sulla strada verso casa, la luce della vetrina lo illuminava tutto per intero. Cazzo, non sono un figlio di puttana. Non ho resistito.
Io: Senti, non ti giudico, ma sono certo che gli farai fare la stessa fine degli altri.
G.C. Non è vero!
Io: Fai sempre così! Fate sempre così.
G.C. Vuoi dire che non sono il solo? Pensi che io sia uno di quelli? Lo pensi davvero? Tu non capisci e sai perché? Perché tu non sbagli mai con certe cose. Sei uno di quelli che non sbagliano mai in certe cose. Un giorno saprai dirmelo che avevo ragione. Sai fare le cose giuste con questo tipo materiale grezzo.
Lo sai educare, lo fai piegare alla tua volontà. Lo fai diventare la tua carne preferita in certe occasioni e con certi strumenti. E se un giorno ti scappasse la mano? Prendi, maciulli e butti via tutto?
Io: Stai dicendo un mucchio di sciocchezze. Parli di me dimenticandoti del mio lavoro. Io lo faccio per lavoro. Su certe cose sperimento le mie tecniche.
Se faccio male sono solo fatti miei. Trovo soluzioni anche per dei maniaci come te. Se non ti piace il genere, bè, trovati altra roba, magari godi di più.
G.C. Troppi tardi, ormai è in frigo.
Io: Non dovevi farlo.
G.C. Dicono faccia bene. Ma quando lo metti in bocca non sa di un cazzo.
Io: Prova questa, ma è l’ultima volta che ti aiuto. Io lo bagno e lo passo nella farina integrale. Poi lo arrostisco in padella con olio e una punta di soia.
Taglia dei cipollotti in quattro e infarino pure quelli. In padella diventano delle bombette croccanti fuori e morbidissime dentro.
Poi lo scaloppo e lo condisco con olio di sesamo ed erbette.
A parte preparo un’insalata di mais e lenticchie. Aggiungo basilico e manteco con i semi di senape che mi ricordano mais e lenticchie in miniatura.
Copri il tofu caldo con questa insalata e vedrai!
G.C. Questa volta provo così. Ti prometto che non ci ricadrò.
Io: George, siamo uguali. Siamo uguali fisicamente, ci scambiano per gemelli, e siamo uguali di testa. Siamo gente che cade. Non possiamo farci niente.
Siamo come Lucifero, vogliamo essere non come Dio, ma Dio in persona.
Dio non mangia il tofu, fidati.

RICETTE LETTERARIE

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CAPRESE DI POLPO 400 567 chefnero

CAPRESE DI POLPO

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Polpo, Octopus, Kraken, Piovra… tanti i nomi del polpo.
Tanti i libri che ne parlano e tante le ricette che possiamo trovare. Ha un genoma più ampio di un essere umano. Sei volte più neuroni di un topo. Ha terrorizzato dal 1700 ad oggi miriadi di marinai fino ad arrivare all’Uomo Ragno.
Dal Kraken al Doctor Hoctopus il passo è breve. Sotto forma di Kraken ha distrutto navi e divorato uomini precedentemente sradicandoli dalle loro postazioni e poi dimenando gli enormi tentacoli li sbatacchiava contro un qualsivoglia ostacolo per cosi ammorbidirli e poterli succhiare e sgranocchiare col becco appuntito.
Che schifo. Sì, proprio schifo.
Facciamo noi lo stesso con lui, dopo averlo arpionato alla meno peggio scagliando il dardo sottomarino. Il polpo è ostinato e muscolare. Si aggrappa con tutte le sue forse all’appiglio della roccia e tiene duro.
È una lotta impari quella contro l’uomo… eppure lui resiste fino alla cattura.
Allora siamo noi che lo sbattiamo contro le rocce affinché rilasci l’anima in chissà quale paradiso delle profondità.
Per questo genere di sacrifici dobbiamo assolutamente onorare gli esseri coraggiosi e viventi che usiamo per cucinare. Mai dimenticare questa cosa.
Siamo onnivori ma non siamo selvaggi. La ragione ci porta a cacciare per sfamarci, la tecnica ci aiuta a non sprecare le nostre risorse alimentari ma la fantasia ci aiuta ad essere dei sacerdoti che onorano il culto della creatività per far si che queste bestie possano rinascere con una bellezza e bontà nuove e definitive.

Ho creato per questo la mia Caprese di Polpo.
Ho tagliato in sezioni di circa un centimetro il tentacolo di una piovra e per la morbidezza ed  il colore ho subito avuto questa intuizione. Sembra fior di latte. Sembra una mozzarella.
Allora su quella morbidezza ho voluto la croccantezza dei pomodori camoni, la loro acidità mi piaceva per abbinarla al sapore del mare che il polpo porta con sè.
Ho condito i pomodori con sale di cervia a cristalli e poi appoggiato le sezioni di tentacolo ricoprendole solo con olio evo e origano.
Questo è tutto, per il resto cercate la ricetta nell’archivio del Corriere della Sera!!!!

RICETTE LETTERARIE

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INSALATA SULLA LUNA 400 567 chefnero

INSALATA SULLA LUNA

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Ero un ragazzino piuttosto solo, ciccio e languido. Passavo il mio tempo nei salotti della nonna. Facevo suonare il carillon a forma di gondola con su scritto “Saluti da Pisa” e sfogliavo riviste nazionalpopolari come “Gente”, “Oggi”, “Novella 2000”. Scoprivo le prime tette cartacee. Spesso sedevo su di una sediolina di legno con lo spago intrecciato alla meno peggio che mi ricordo faceva prudere le mie gambotte nude, tanto rude era lo spago. Avevo 8 anni. La mia testa era tonda se vista di fronte, quadrata se vista di lato. Avevo i capelli sporchi e appiccicati alla testa. Li bagnavo con l’acqua tanto da farli diventate sempre più neri e lucidi. Il mio migliore amico è stato per molti anni un telefono della SIP, uno di quelli grigio topo con la rotella. Aspettavo sempre che qualcuno mi chiamasse. A parte quello non c’era niente. Niente amore. Forse la prima sigaretta. I primi racconti scritti e riscritti sul calorifero spento sotto una finestra aperta sull’Etna. Sull’Etna spesso la notte, sorgeva e moriva la luna. Bella la luna.
Il complesso di palazzine dove vivevo si chiamava “Galassia”. Molti bambini vivevano li. Poche erano le auto. Molti i nascondigli. Io ero un bambino brutto. Il gelsomino era sempre rigoglioso e puzzava di marcio già ai primi caldi di aprile. “Aprile è il mese più crudele, genera lillà da terra morta”. Ma non potevo saperlo prima di essere stato rinchiuso in un cassonetto della spazzatura per ore sperando che tutta quella solitudine potesse finire lì in quel posto che allora pensavo di meritare. Avevo avuto la fortuna di passare vicino ad una panchina di bulletti seduti a sfumacchiare e a parlare di figa. Erano poco più grandi di me. Abbastanza lo erano per acchiapparmi e strattonarmi. Mi presero in quattro. Due per le braccia e due per le gambe. Ricordo perfettamente le loro facce ghignanti e piene di male inconsapevole. Il male che ti fa crescere poi buono. Quel male che i ragazzi devono spurgare ad una certa età.
Era un giorno di sole. C’era il palo del divieto d’accesso. Venivo trasportato come un annegato viene portato in spiaggia per la respirazione bocca a bocca.
Mi aprirono le gambe e iniziarono a sbattere gli attributi conto il palo così tante volte che dal dolore sono poi svenuto. Quando mi ripresi ero sigillato dentro al buio. Mi faceva male tutto. Ero stato pestato come si deve. Adesso ero al sicuro nell’immondizia.
La fortuna di vivere a Catania è che la gente non usa i cassonetti per l’immondizia. La lasciano dappertutto fuorché nei cassonetti. Lì ci vivono i gatti. E poi c’ero io. E non volevo più uscire. Un filo di luce passava per una fessura. Mi abituai a quella luce. Vidi a ridosso dei miei piedi una pila di libri. Avvicinandomi scorsi i titoli sulle brossura eleganti. Lessi. Giosuè Carducci, “Tutte le poesie”, poi Giovanni Pascoli “Raccolta”, altre cose strane e poi un libro che ancora oggi possiedo, il libro dei libri per me, T.S. Eliot, Poesie.
Il libro era verde, verde come la i tenerumi di zucchina che mi marcivano accanto, come il prezzemolo che avevo appiccicato ad un calzino, cazzo mi avevano fottuto le finte clark. Aprendo il libro mi accorsi che apparteneva ad una biblioteca. Aveva il timbro. La prima pagina era una velina trasparente con la faccia di questo signore. Aveva una bella faccia da impiegato di banca. Non era bello ma sorrideva. Mi mise subito a mio agio e iniziai a leggere. Lo lessi tutto. Capivo poco e niente. Era una sensazione bellissima. Il cuore batteva feroce. mi stava divorando.
Ero così protetto e stavo bene e stavo male.

C’era una gran puzza. I gatti bussavano e spingevano il musetto dentro le fessure. Pensavano fossi un sorcio schifoso da mangiare. Io li cacciavo via, battendo contro la lamiera del cassonetto. Talvolta piangevo. Ricordo molti versi di quel libro. Come avrei mai potuto dimenticarli? Forse sarebbe stato il mio ultimo giorno. Forse il primo.
“Le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo”
“Ogni lampione che oltrepasso batte come un tamburo fatale”
“La memoria rigetta e dissecca un ammasso di cose distorte”
E poi la luna, la mia amica sentimentale… un verso faceva così e lo lessi per ultimo uscendo dal cassonetto a notte fonda, quando nessuno continuava o aveva  mai iniziato a cercami. A piedi scalzi con i tenerumi e il prezzemolo attaccati dappertutto e i libri in mano. E poi quella luna tonda a guardami percorrere altri passi stupidi di uno stupido bambino. C’era silenzio, e un film con Totò al quarto piano. Entrai nel portone e bussai alla porta di nonna. Nonna non c’era. Mi sdraiai sullo zerbino di spago e li iniziai a dormire.
La mia insalata di tenerumi nasce lì. Ma voi interessa la ricetta, vero?
Eccola.

PER DUE PERSONE:
200 gr di tenerumi
1 mazzo di prezzemolo
10 capperi dissalati
1/2 radice di zenzero
Olio evo
2 cucchiai di rafano
10 foglie di menta fresca
10 cime di finocchietto

RICETTE LETTERARIE

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PRIMAVERA 400 567 chefnero

PRIMAVERA

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Quando Lucio Fontana incontrò per la prima volta Botticelli si trovava nel luogo dell’assurdo. Non parlo degli Uffizi, come sarebbe logico. Parlo di un luogo dell’immaginario, che con molta probabilità corrisponde al mio universo narrativo, al mondo mio delle visioni. Visioni che mi ossessionano come ossessionavano ogni fottutissimo mistico della storia dei santi. Quindi nella mia agiografia non troverete (o forse si ma ben nascosti) nessuna Teresa di Lisieux, nessun Ignazio da Lojola o la beata Albertoni, insomma nessun santo che scopa con la luce divina, dove più dell’estasi c’è l’orgasmo. Stavo parlando di Lucio Fontana, un uomo coi baffoni da Poirot, un nonno che dà da mangiare ai piccioni al parco e poi li squarta. E poi Sandro Botticelli, decimo di 4 figli. Ok, la smetto. Ho immaginato questo piatto pensando a questo incontro. Ho visto Lucio Fontana avvicinarsi alla Primavera con un coltellaccio, l’ho visto scansare con un calcio il povero Botticelli che cercava di proteggerlo. Ho visto squartare le ninfe. Ho visto venirne fuori la luce e da lì non ho visto più niente, come un santo che va in estasi e scopa con la luce divina.

Detto questo prendete una bella stacciatella fresca e conditela con olio evo e sale di cervia, pepe nero macinato e via.
Frullate 50 gr rapa rossa con olio evo e 100 ml di latte di soia, fate lo stesso con arancia e basilico.
Otterrete tre maionesi.
Mettete la stacciatella in una fondina, coprite con un foglio di carta di riso bagnata (la trovate dai cinesi) poi decorate con le salse facendo delle cupolette belle come quelle delle chiese ortodosse della piazza rossa, poi riempitelo di erbette fresche come aneto, menta, basilico, petali di fiori e qualche puntella marinata al limone.
Facile no?

RICETTE LETTERARIE

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RISOTTO SEGRETO 240 340 chefnero

RISOTTO SEGRETO

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Porca puttana… non posso scrivere del mio risotto segreto. Eppure stanno tutti lì a chiedermi la ricetta.
Non parlo di esseri viventi reali. Parlo di tutta la cricca di esseri bastardi che abitano la mia testa di cazzo.
Il risotto non è da tutti. Il risotto è roba da campioni. È un gioco di equilibri difficilissimi. Parlo di temperature, consistenza, cremosità, parmigianosità, e poi qualità del chicco. 
Il riso è fatica, cazzo!!! Avete in mente le mondine? Sapete chi diavolo sono le mondine? Non stavano mica a pecora ad aspettare lo Spirito Santo!
Si spaccavano la schiena per raccogliere quel cazzo di riso nelle risaie, coi piedi a mollo. Un lavoro durissimo.
Bisogna rispettare il riso. Bisogna acquistarlo di grande qualità.
Adesso, prima della ricetta vi svelerò i segreti di Fatima per fare un buon risotto.

1) Comprate ottimo riso non parboiled
2) Il burro non è obbligatorio
3) Il dado ficcatevelo su per il culo se vi piace così tanto. È merda pura e dura.
4) Il soffritto fatelo a parte.
5) Tostate il riso senza grassi.
6) Copritelo con del brodo vegetale preparato con verdure vere.
7) Non giratelo mai durante la cottura. Il riso attacca solo se lo girate.
8) Mantecate a fuoco spento.
9) Lasciatelo cremoso, all’onda e non asciutto tipo asteroide dello spazio profondo. Non riuscireste più a cagarlo il giorno dopo.
Ecco. Il mio risotto è piuttosto famoso… nella cerchia ristretta del mio condominio ovviamente.

RISOTTO CON CRUDITÀ DI VERDURE PRIMAVERILI O ESTIVE

INGREDIENTI PER 4 STRONZI AFFAMATI
400 gr di riso carnaroli
5 pomodori datterini maturi
1 cipollotto di Tropea
1 mazzo di spinacini
1 cuore di sedano
1 mazzetto di aneto
1 mazzetto di basilico
1 mazzetto di coriandolo
1 mazzetto di prezzemolo
1 mazzetto di quello che avete a casa
6 friggitelli
Olio evo qb
1 cucchiaino di aceto di mele
Sale qb
100 gr di parmigiano

PROCEDIMENTO
Dopo aver fatto un brodo di verdure con gli scarti di tutti gli ingredienti tostate il riso, aggiungete il soffitto fatto con il verde del cipollotto e sfumate e coprite con il brodo filtrato. Appena cotto il riso dovrà avere mezzo dito d’acqua sopra. Salate piano, mantecate a fuoco spento con olio a filo e parmigiano, poi aggiungete tutte le verdure tagliate a tocchetti insieme alle erbette e all’aceto. Girate con forza.

Ecco il risotto più fresco del mondo.

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BUCATINI CON LE SARDE 260 369 chefnero

BUCATINI CON LE SARDE

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Dovrebbe partire tutto dalla fisicità che ognuno di noi ha con le sarde. Sarde, sardelle, sardine. Chiamatele come volete ma dovrete decapitarle e infilare un dito nel loro culo, il pollice che dovrete fare scivolare lungo la colonna vertebrale sentendo sempre la lisca grattare il polpastrello e poi con una pinzata d’unghia strapparla senza rovinare la carne. Così aperte a libro dovrete disporle a pattern su di una padella calda dove avrete fatto scioglie delle acciughe sottolio insieme ad una cipolla tagliata fine, un pizzico di peperoncino fresco e dell’aglio fresco. Dovete lasciarle tostare finché non faranno quel profumino tipico delle cose tostate… bruciato cioè, nella vostra lingua.
Adesso vi darò tre versioni! Voi potrete skippare quelle che non vi interessano.
1) Bucatini con sardelle e burro alla Mantovana come la nonna della Cate
2) Bucatini con le sarde allo zafferano
3) Bucatini con le sarde, salsiccia e ristretto di pomodoro.

Prima però vi darò gli ingredienti base per tutte e tre:

PER 4 PERSONE (sempre che abbiate così tanti amici)
20 sarde
1 mazzo di finocchietto
1 cipolla
4 spicchi d’aglio
4 gr di Bucatini
20 gr di pinoli italiani
5 gr di semi di finocchietto
30 gr di uvetta sultanina
Pangrattato tostato
Olio evo e sale e pepe nero qb

1) MANTOVANA COME LA NONNA DELLA CATE:
50 gr di burro
PROCEDIMENTO:
Cuocete i Bucatini con i gambi del finocchietto. Scolateli al fateli mantecare nel sugo fatto come sopra ma con l’aggiunta dei pinoli, dell’uvetta, dei semi. A fuoco spento mettete il burro e coprite col pangrattato.

2) ALLO ZAFFERANO:
1 bustina di zafferano, niente burro!
PROCEDIMENTO:
Dopo aver tostato le sarde aggiungete i pinoli, l’uvetta, il finocchietto e i semi poi sfumate con acqua di cottura, le sarde si staccheranno dal fondo e torneranno vive a nuotare, mettete i Bucatini e fate stringere. È una pasta asciutta. Finite con lo zafferano e il pangrattato e il pepe nero.

3) CON LA SALSICCIA E IL RISTRETTO DI POMODORO!
2 salsiccie (200 gr)
20 gr di triplo concentrato
PROCEDIMENTO:
Fate cuocere le sarde insieme alla salsiccia e poi sciogliete il concentrato. Mantecate i Bucatini e coprite di pangrattato.

Non provate a farle tutte insieme! Provocano dipendenza!

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PUNK-RISO CUBANO 264 374 chefnero

PUNK-RISO CUBANO

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Avete  mai provato ad ascoltare Maracaibo sostituendo Fidel a Miguel? Fatelo. È la canzone più politica che il mondo abbia ricevuto. Lo stesso Bob Dylan ha dichiarato che tutto il suo repertorio fa una pippa a Maracaibo. Sì, avete proprio capito bene: una pippa!

Ecco il seguito dell’intervista.
Giornalista: Lei, Bob, ha vinto il Nobel per motivi riguardanti la rivoluzione culturale e politica. Soprattutto negli anni 60 negli Stati Uniti. Alla luce di questo, cosa pensa del riso alla cubana?
Bob Dylan: Cioè, io penso a qualcosa che trovo dentro di me come una ispirazione di carattere maieutico ma  insomma, lo avrebbe detto anche Shakespeare, che ha già detto tutto, ed io continuo a ripeterlo , lo dicevo soprattuto negli anni 80, quando mi ero convertito al cattolicesimo per qualche anno e poi sono tornato ebreo. Lo dicevo anche prima di Shakespeare. Cioè prendi quello che trovi in frigo, ma poi una banana la devi avere. Come Lou Reed, tu sai cosa intendo. La Banana di Andy. Tu sai di Andy. Adesso porto spesso la sua parrucca quando gli sbirri hanno voglia di fermare una celebrità che se ne fotte. Lo diceva anche Martin.
Giornalista: Quanto è stata importante Cuba per lei? Per la sua alimentazione?
Bob Dylan: Io c’ero. Mi ricordo John che mi cercava per l’erba. Quel ragazzo fumava ma non la prendeva male. Cioè, Mr Tamburine era un cubano. Fortuna che avevo sempre i Ray Ban, tu sai cosa intendo. Ero un attaccabrighe. Li ho fatti fumare tutti. Quindi si, talvolta mangio cubano, però sia chiaro che ho detto talvolta. Si…
Giornalista: Cosa pensa di Maracaibo?
Bob Dylan: Se vuoi parlare di canzoni di gente che parla di politica che parla alla gente… cioè un gatto che si morde la coda… tu sai il problema dei gatti a Cuba. Tutti senza coda. Cioè la portano in bocca… tu sai cosa voglio dire… la coda in bocca… la censura.
Tutto il mio repertorio, che Joan non se la prenda, ma anche gran parte del suo gli fa una pippa!
Tu sai cosa intendo…

Pazzo. Malato. Deviato. Junk. Mad. Loco. Scoppiato. Folle. Privo di senno. Schizzato. Fottuto. Psyco. Mental. Pappa di cervello. Astruso. Spazzatura. Baia dei porci. Miami. Maracaibo. Fidel. Hemingway. Cohen. Rum. Prostituzione maschile. Milf. Dexter. Culi. Auto pastello. Che Che Che Che Che Guevara. Cha Cha Cha. Bailar. Revolucion. Platano. Banana. Rosario. Bernini. Cattedrali barocche. Spie. Americani. Coca cola. Embargo. Ketchup. Arroz. Uovo di Colombo. Terra dell’oro.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE
che lo fanno in Italia con quello che hanno in frigo, quindi i puristi, se dei puristi di questo piatto esistono possono pure tacere o fare commenti sulle loro community apposite.

360 grammi di riso carnaroli
2 banane
20 gr paprica
100 gr piselli
4 asparagi
1 tubetto di ketchup
4 uova
4 spicchi d’aglio
Olio evo
Sale e pepe qb

PROCEDIMENTO
Cuocete il riso in un tegame coprendolo d’acqua e lasciatelo cremoso e all’onda. In un altro tegame fate soffriggere l’aglio e saltate gli asparagi con i piselli. Salate e copriteli con le uova che devono restare ad occhio di bue, cremoso il tuorlo su cui macinerete sale e pepe a mulinello. Tagliate le banane a fattine e marinatele con la paprika. In un piatto mettete riso, uova, e banana. Chiudete il piatto con una bella abbondante spruzzata di ketchup.

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PICCOLI PANINI CON VERDURE 300 430 chefnero

PICCOLI PANINI CON VERDURE

cuochimabuoni sublime food design piccoli panini con verdure

Troia non è solo una brutta parola. Troia non è solo un insulto alla voracità sessuale di una donna. Troia non solo il sinonimo di scrofa. Troia è anche l’altro nome di Ilio. Ilio è la città che da il nome all’Iliade. Non avrebbe potuto chiamarsi Troiade.
Te lo vedi Omero che scrive la Troiade? A parte che era cieco, a parte che forse non ha scritto un bel niente di quello che gli viene attribuito.
A parte che al tempo essere ciechi non era un handicap, bensì una spinta verso la visionarietà assoluta. A parte il fatto che non sappiamo niente di Omero.
Io però di Omero mi sono fatto un’idea che è la seguente:
Omero (il non vedente) era il racconto sacro, la parola che insegue la parola fino a costruire un racconto in versi perfettamente costruiti e sulla base di queste fondamenta abbiamo fondato ed edificato il nostro tessuto sociale. Cioè facciamo schifo. Facciamo schifo perché delle fondamenta ci dimentichiamo sempre. Le mettiamo sottoterra, le nascondiamo, le sotterriamo e le dimentichiamo. E sopra queste costruiamo merda, merda, merda fino al cielo. Allora io, alla luce di questo, ho pensato ad un pane che nasconde e rivela.
Per questo amo le palafitte, perché le fondamenta si vedono, però non ci abito perché è troppo umido.
Ho deciso di nascondere le verdure nel pane, ma non le solite verdure cotte e tristi che troviamo nei panzerotti o altri cosi dei bar. Verdure crude che lievitano e cuociono nel pane.
Il pane diventa un cavallo di Troia.
Il pane con le verdure diventa un monumento alle fondamenta.

INGREDIENTI (PER UNA DECINA DI PANINI)
200 gr di farina semi integrale
150 gr di farina di semola
190 ml di acqua
3,5 gr di lievito di birra in polvere
mezzo cucchiaino di zucchero
6 gr di sale
un cucchiaio di olio extravergine d’oliva
2 zucchine medie

PROCEDIMENTO
Frullare il cuore delle zucchine (estratto con l’apposito scovolino) e una parte della buccia , quindi mettere il composto in una ciotola e amalgamarlo con la farina ed il sale. Aggiungere lo zucchero ed il lievito sciolti nell’acqua con l’olio. Dopo aver impastato dividere il composto fra i bambini facendoli impastare per altri 5 minuti e quindi formare delle palline sulle quali verranno posti i cerchietti di zucchina che avrete ottenuto tagliando a fettine le zucchine bucate. Aspettare che i panini raddoppino e quindi infornarli a 180 gradi per 10 minuti.

Ricetta pubblicata sul Corriere della Sera il 14 Maggio 2017

RICETTE LETTERARIE

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LA PASTA MADRE 400 575 chefnero

LA PASTA MADRE

cuochimabuoni sublime food design la pasta madre

Queste che state per leggere sono le istruzioni per creare un essere vivente. Ovviamente non parlo di amplessi, spermatozoi, ovuli e 9 mesi di delirio. Parlo della pasta madre. Quindi vi prego, prima di produrla, leggete attentamente quanto segue. Fare la pasta madre è un atto di responsabilità. Come il dottor Frankenstein creò il suo mostro per soddisfare una sua certa propensione nel sentirsi simile a Dio, o come mettere in forma un Golem di fango e mandarlo per le nebbiose strade notturne a vendicarsi dei torti da voi subiti.
La pasta madre è questo. Qualcuno la chiama “cagna”, altri “Gino”, chiamatela come volete ma dovrete battezzarla.
Nel momento in cui prederà vita dovrete nutrirla, pensarla, accarezzarla. Non è facile. Lo so, lo so che va di moda, e che oggigiorno siete tutti Hipster, e i vostri figli sono pure loro Hipster. Vi assicuro che prendersi cura della pasta madre non è come prendervi cura dei vostri risvoltini.

Sezione domande assurde:
1) Ma quando vado in vacanza cosa faccio?
2) Posso criogenizzarla?
3) È vero che vive più a lungo se la tengo coperta con lo sterco di gnu?
4) Possibile che quando telefono lei ascolti quello che dico?

Risposte serie:
1) Divertiti.

2) Prova a farla zigoviaggiare.
3) Lo gnu fai fatica a trovarlo, prova con quella dei piccioni.
4) Si, ma non gliene frega un cazzo di quello che dici.

INGREDIENTI PER CREARLA:
200 gr di farina
1 cucchiaio di miele oppure di yogurt oppure di frutta marcia
100 ml di acqua

PROCEDIMENTO:
In una ciotola capiente impastate tutto e fate una pallina liscia e soda. Prendete la pallina e portatela su un monte, appoggiatela sopra un altare, afferrate il vostro coltello, portatelo sulla superficie dell’impasto e mentre gli darete il nome formerete una croce al suo centro. Lasciatela riposare fuori dal frigo per 4 ore. Poi dovrete darle da mangiare ogni due giorni per almeno due settimane.

INGREDIENTI PER NUTRIRLA (PER 200 GR DI PASTA MADRE):
200 gr di farina
100 ml di acqua

Fatto questo, dopo 15 giorni proverete a fare il pane.
Vi do una semplice ricetta qui

RICETTE LETTERARIE